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Pagano Andrea

Le malelingue sostengono che un giornalista sportivo non è altri che un giocatore, o un tecnico fallito.

Un personaggio che ti insegue per una “dichiarazione a caldo”, per una frase da rivolgere ai tifosi di turno, per una novità di mercato sotto gli uffici di qualche presidente.
Alla “Scuola di Giornalismo e relazioni pubbliche Carlo Chiavazza” ho imparato che un buon cronista deve conoscere e seguire i propri lettori, prima delle notizie. In che modo?
Da spettatore che segue il mondo dell’informazione sportiva, mi sono accorto che “quelli bravi” impostano il loro lavoro ognuno con il proprio taglio, cioè il marchio di fabbrica. Quando questo emerge, il buon cronista  saprà soddisfare quel pubblico che si forma idee e inizia discussioni da ciò che legge o ascolta; e ne vorrà ancora e sempre di spunti così, tanto da reclamarli.
Non deludere questa gravosa richiesta, unita alla passione per il gioco (il mio è il calcio), è soddisfacente quanto fare un assist in partita e posso dire che i miei compagni attaccanti non si lamentano, perché qualche assist arriva sempre. Quando poi fanno gol, la soddisfazione diventa felicità.

Andrea Pagano. Esercitazione in classe, maggio 2011.  Il tema: “Il giornalista racconti l’ultima partita di campionato di un allenatore di serie A che sta per lasciare la sua squadra (o non è certo della riconferma, da Gigi Del Neri a Delio Rossi, Walter Mazzarri, Vincenzo Montella ecc.). I gesti, i pensieri, gli umori, i rimpianti, la rabbia”.

 

Vincenzo MontellaMONTELLA, L’AEROPLANINO
HA FINITO DI VOLARE

“E’arrivato Montella, ora la Roma volerà!”. Sono passati tre mesi da quando la presidentessa uscente Rosella Sensi rilasciò questa dichiarazione. Ieri è stato l’ultimo volo dell'"aeroplanino" al comando della panchina giallorossa, su decisione della nuova dirigenza americana.

Nell’ultima gara di campionato contro la Sampdoria, il sorriso delle prime uscite ha lasciato il posto ad espressioni più serie, simili a quelle di un adulto che ha riposto nel cassetto i bei tempi dell’adolescenza; condizione arrivata passo dopo passo, partita dopo partita.

Montella ha seguito tutto il primo tempo in piedi, come sua abitudine, dando poche direttive ai giocatori, avvolto nella giacca societaria, sfilata solo a Bari a causa della tensione e del gran caldo.

Un sussulto di rabbia al gol del doriano Mannini, pugno chiuso e ringhio da mastino dopo il pareggio di Totti. Evidente che ci tenesse a far bene nell’ultima rappresentazione davanti ai suoi tifosi, gli stessi che qualche anno fa lo incitavano quando correva per il campo. Difficile dire se fosse una questione di professionalità o di sentimento; forse entrambe.

Tre punti decisivi rimangono tali anche se i frutti del lavoro li raccoglierà qualcun altro; è stato così anche per il suo predecessore Claudio Ranieri, al quale Montella è subentrato in corso d’opera. Ecco allora che nella ripresa la giacca sparisce di nuovo e sale l’adrenalina: più urla, più gestualità, più incitamenti ai ragazzi.

Durante il suo interregno Montella è passato da giocatore che allena ad allenatore vero e proprio, dal passatempo al mestiere: meno sorrisi in conferenza stampa, ragazzi della primavera in campo e qualche senatore in panchina, scelte non dettate dagli umori dello spogliatoio.

La vittoria contro la Samp assicura la presenza in Europa l’anno prossimo. Montella non perde del tutto il sorriso, lo centellina per determinate situazioni: sotto la curva Sud, quando abbraccia capitan Totti, quando gli chiedono se pensava di meritare la riconferma. A quest’ultima domanda ha risposto di sì; avrà capito come si sentì Ranieri.

Ora Montella appartiene alla generazione dei Leonardo, Van Basten, Guardiola, Rajikard, giovani e rampanti allenatori catapultati subito su panchine illustri; alla faccia della gavetta.

Ad altri colleghi è andata meglio, ma basta una telefonata per tornare a volare.

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Il mestiere del giornalista? Lo imparo in classe

Mafalda

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